Il racconto della Domenica: “Sogno di primavera”
di Giuseppe Moesch*
Sogno di primavera
Ho sempre provato grande ammirazione per tutte quelle donne e quegli uomini che a naso in su hanno studiato il corso delle stelle e dei pianeti, oggi aiutati dalla matematica e dai nuovi strumenti elettronici che hanno permesso di velocizzare i processi di calcolo.
E sono stati quegli studiosi, quegli scienziati, a comunicarci che giovedì 20 marzo 2025 alle ore 10:01, ci sarebbe stato l’equinozio di primavera, ovvero che in quel momento la lunghezza del giorno e della notte sarebbe stata equivalenti, e la luce stava prendendo il sopravvento portandoci giornate più lunghe e più calde, ma smantellando la granitica convenzione della data del 21 marzo che da bambini ci hanno inculcato.
In realtà quello che ci turba non è la perdita di una certezza cui consegue la necessità di resettare nel nostro cervello alcuni parametri, ma principalmente il fatto che possiamo considerare come nulla di ciò che conosciamo possa essere considerato assolutamente certo.
Tuttavia quello che possiamo constatare è che il nostro organismo, come tutta la natura nel suo complesso, percepisce il cambiamento; le prime gemme sugli alberi, i primi fiori, gli uccelli che si agitano, non abbiamo necessità di individuare con certezza la data corretta dato che sono i nostri sensi a darci informazioni precise.
Capita infatti sempre più spesso che dopo pranzo in questi giorni che mi venga voglia di fumare il mio quotidiano mezzo toscano, seduto in giardino al sole caldo della controra, circondato dai miei due labrador, anch’essi felici di ricaricarsi di energie sdraiati al sole.
Ieri dopo il compimento del rito quotidiano, sono rimasto a leggere un libro sulla storia delle minoranze, indiani, negri schiavi, bianchi schiavi, poveri e altri negli Stati Uniti dalla scoperta ad oggi.
Il tiepido sole, la “papagna” postprandiale, ovvero quello stato di torpore simile a quello che attingeva i bambini dopo la somministrazione di un decotto di papavero per tenerli tranquilli quando i genitori erano impegnati nei lavori dei campi, specialmente in Puglia, mi sorpresero e mi ritrovai, non sulle rive dello Scamandro, ma su quelle dell’Hudson, di cui stavo leggendo.
Il tempo era quello attuale e rimuginavo sulle notizie che i media diffondevano in quel periodo ed in particolare sulla decisione di alcune procure di indagare su alcuni gruppi seguaci fanatici e di un libro che li accomunava, e delle successive varianti ed integrazioni.
I reati ipotizzati erano tra i più atroci che si potessero immaginare, dalla strage di innocenti, all’istigazione a delinquere tra cui l’uccisione di un adolescente, dallo stupro di un uomo da parte delle figlie, alla necessità di estinguere un intero popolo di nemici, e molti altri ancora, che venivano illustrati nelle diverse pubblicazioni divenute riferimenti ideologici dei diversi gruppi che a quel primo scritto si rifacevano, rivendicandone la paternità e la correttezza dell’interpretazione.
La decisione di indagare derivava dalle aspre polemiche scaturite dall’analisi del cosiddetto Manifesto di Ventotene, e dopo che le forze politiche avevano stirato il documento da tutte le parti, confondendo con un tessuto di altra natura, mentre si trattava della magica pelle di zigrino di balzachiana memoria, pronta a soddisfare i desideri più nascosti dei detentori, sapendo che la stessa si sarebbe ridotta fino a dissolversi causando la morte degli utilizzatori.
I testi incriminati, ovvero il Talmud, la Bibbia, i Vangeli, il Corano e tutti gli apocrifi erano una prova inequivocabile dell’esistenza di una cospirazione molto bene orchestrata a cui la magistratura doveva opporsi con l’impegno che la caratterizzava, sapendo che vi era chi tramava per porre un bavaglio alla legittima volontà di opporsi al male.
Ma si sa Marzo è pazzo. A Napoli si dice in memoria di una nota lirica del poeta Di Giacomo: “Marzo: nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua”, e quindi sobbalzai quando alcune gocce d’acqua mi svegliarono di soprassalto dal mio sonnellino.
Forse erano cadute dai piani superiori dove qualcuno annaffiava le piante, o forse eera proprio l’instabilità del tempo che aveva spinto qualche nuvola a scaricare parte del suo carico su di me, ma in ogni caso ero lieto che quello che poteva diventare un incubo si era dissolto.
Restava tuttavia l’amarezza di constatare che la mia mente potesse elaborare immagini così cupe.
- già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno
