La politica del bar dello sport
di Giuseppe Moesch*
Quando da giovani ricercatori in un Centro Studi napoletano ci capitava di leggere in anteprima alcuni articoli di un signore che sarebbe divenuto importante referente del mondo farlocco di una Università appannaggio di personaggi predestinati, Piero ed io li consideravamo come le barzellette per economisti, documenti rigorosi nella stesura ma assolutamente ottusi nelle concatenazioni logiche.
Oggi provo lo stesso disagio e la stessa ironica commiserazione quando mi capita di sentire i commenti dei soliti noti che si leggono o si ascoltano su quanto avviene nel mondo, ed in particolare su due temi di grande attualità ovvero il voto all’ONU sull’Ucraina e i risultati del voto in Germania.
Devo fare una premessa doverosa: non mi piace il mondo trumpiano. Non mi piace la gente che lo circonda, ed i valori che sembra voglia portare avanti, ma capisco perché abbia vinto le elezioni rispetto ad anni di politica insulsa portata avanti dall’amministrazione precedente che ha infettato anche la politica europea.
Il pragmatismo che il nuovo presidente ostenta è la logica conseguenza di una serie di scelte, da quelle sui cambiamenti climatici alla fuga dall’Afganistan, alla acquiescenza rispetto alla crescente egemonia dei nuovi autocrati, stanno portando il mondo occidentale alla marginalizzazione dello stesso.
La conseguenza principale è la crescente crisi economica e sociale in particolare nei settori più maturi in particolare in quello del automotive e di tutti i comparti più innovativi divenuti campo di scorrerie da parte della Cina, spinta da condizionamenti ideologici avallati dai dettami dei social e dalla necessità di mietere consensi per la sopravvivenza di una classe politica priva di valori.
Politiche monetarie hanno ridotto l’inflazione a scapito dei gruppi più fragili: un uovo negli USA è passato da 60 centesimi a 2,5 dollari, che rappresenta solo un banale indicatore del disagio della gente comuna.
La Germania che era la locomotiva dell’economia europea, da quasi due anni è drammaticamente in sofferenza trascinandosi dietro anche gli altri Paesi come l’Italia che ha come mercati di sbocco della componentistica proprio quel Paese.
L’insulsa accettazione di un modello green in presenza di Paesi quali l’India e la Cina, oltre a tutti gli altri del terzo mondo, che producono condizioni ambientali disastrose, stanno spingendo al disastro, ed invece di intervenire politicamente su quei fenomeni, si è scelto di castrare le economie occidentali asservendole alle prevaricazioni di quei Paesi.
L’esasperazione sui diritti di genere hanno modificato i naturali valori sociali, l’incapacità di arginare i fenomeni migratori da Paesi in sofferenza vengono affrontati in maniera scomposta con l’inasprimento delle azioni contro le emigrazioni invece di attuare politiche di supporto e di investimento in quelle are di origine, divenute zone di neocolonialismo da parte delle potenze emergenti.
La vittoria di Trump è la risposta discutibile a questa situazione, e i muscoli che ha ostentato durante la campagna elettorale sono stati gli elementi persuasivi per gli uomini e le donne che lo hanno seguito per riconquistare quel benessere che veniva meno.
Ovviamente dopo la sua elezione il nuovo presidente ha dovuto mostrare che faceva sul serio, e la raffica di provvedimenti attuati da subito, hanno avuto il sapore di un monito all’interno ed all’esterno che il periodo di lassismo era terminato.
Il primo impegno era quello di porre fine alle guerre in corso, in particolare a quelle che erano quotidianamente su tutti i media, ovvero Palestina ed Ucraina.
Giocando sulla leva economica ha provocato lo schieramento dei Paesi arabi, cosiddetti moderati a favore del ridimensionamento dei signori del terrore e delle loro espressioni locali, delegittimando Hamas, Hezbollah e Uti, ma indirettamente facendo comprendere ai loro mandanti, ovvero i rappresentanti dello Stato teocratico dell’Iran, che il tempo dell’indifferenza era terminato, tanto che nel giro di poche settimane si è addivenuti alla delegittimazione di quei terroristi, anche se la stampa italiana e non solo, sembra non se siano accorti.
Sul fronte ucraino ha riaperto il dialogo con la Russia di Putin, giocando un ruolo che l’Europa non ha saputo giocare, per la assenza di un ruolo politico unitario, espresso solo attraverso un sostegno finanziario e di armi, offerto dai singoli Stati senza alcun reale coordinamento, e solo in vista delle possibilità di partecipare al futuro banchetto per la ricostruzione.
Il ridimensionamento di Zelensky da parte di Trump, va in questa direzione ed era il passaggio necessario per convincere la Russia ad accettare che si potesse parlare di pace.
La bozza di risoluzione proposta degli USA è stata emendata dalla Francia di Macron, guarda caso in visita a Washington nello stesso giorno, ha permesso a Trump di non votare gli emendamenti, convincendo la Russia della sua buona fede, ma permettendo altresì che l’assemblea ONU votasse la risoluzione che la vedeva condannata.
Lo stesso Zelensky era consapevole, al di la delle petizioni di principio di voler tornare ai confini pre-guerra di Crimea, che la situazione sul campo gli impediva di ottenere quel risultato, ma l’insipienza dimostrata dagli europei negli anni hanno portato a questa situazione allo stato difficilmente modificabile se non a costo di una guerra totale e globale.
Nello stesso tempo l’affarista non ha perso occasione per assicurarsi un ruolo primario nella ricostruzione ma in particolare ha messo le mani avanti per accaparrarsi le terre rare esistenti nel sottosuolo ucraino.
La minaccia di dazi già applicati poi ritirati poi ancora ventilati, hanno convinto tutti, a cominciare del governo messicano, a collaborare alla lotta all’emigrazione verso gli USA, con lo schieramento di militari messicani lungo il confine.
Il progressivo maggior coinvolgimento nel settore orientale e a sostegno dell’area del Pacifico, ha come corollario lo sganciamento dall’Europa alla quale Trump chiede un maggiore impegno nella NATO, e di fatto la necessità che essa cominci ad avere una reale politica comune.
Il dramma però è proprio nella situazione politica dei Paesi europei che uno dopo l’altro hanno dimostrato la loro fragilità. Tra i Paesi più significativi l’Italia è stata la prima a far comprendere quanto grande fosse lo scollamento tra i problemi e la politica; meno della metà degli aventi diritto si è recata alle urne ed erano appartenenti ai votanti normalmente collocati in quello che una volta era considerato il ceto medio che guardava a sinistra.
Non ci sono dei vincitori di estrema destra, ci sono sconfitti di sinistra e la causa è da ricercare nel distacco sentito dalla gente che ne ha piene le tasche di radical chic da ZTL che hanno sovvertito il risultato delle elezioni congressuali con la politica dei gazebo aperti a tuti, portando la Schlein a guidare un PD sempre più ideologizzato e sodale del M5S e di AVS.
La realtà ha sconfitto i banchi a rotelle, le mascherine fasulle, le alluvioni ripetute prevedibili e non prevenute, la disoccupazione cresciuta, la condivisione di una politica europea fatta di lacci e lacciuoli come li avrebbe definiti Guido Carli, inadeguata rispetto alle sfide in atto e assolutamente disattenta ai bisogni della gente normale.
È comprensibile che una donna con le spalle larghe per sostenere il peso di tre passaporti abbia il problema di scegliere l’accostamento dei colori giusti delle maglie o delle camicette e dei foulard da abbinare sui jeans di servizio quando visita le fabbriche, ma le famiglie dei lavoratori sono più interessati alla possibilità che gli addetti di quelle aziende in crisi non abbiano più lo stipendio che permette loro di vivere una vita dignitosa forse in bianco e nero, ma dignitosa.
Non ha vinto la destra ha perso il mondo della nomenclatura in tutte le sue manifestazioni.
Come Trump il governo ha incominciato a fare quello che la gente si aspettava, ovvero lavoro, maggiore sicurezza, minore spazio a ideologia da strapazzo e ruolo del proprio Paese a livello internazionale, tutte cose che erano state negate dai governi precedenti che hanno saputo dire solo una sfilza di no, con l’avallo di alcuni magistrati correi e ideologizzati.
Poi è toccata alla Francia di Macron, per la stessa incapacità di affrontare i problemi della gente, dei contadini e degli operai messi in ginocchio dalla politica europea, sopravvissuto alla catastrofe elettorale solo grazie alla legge che lo ha messo per ora al riparo dall’uscita di scena; in questo caso il rifiuto si è distribuito su ambedue le ali tra la destra di Marie Le Pen e la sinistra di Jean-Luc Mélenchon che ha permesso la sopravvivenza del Presidente con la confezione di governi fragilissimi, facendogli perdere quel carisma che pensava di aver ottenuto sul campo attraverso l’asse con la Germania, prima con la Merkel e poi con Scholz.
E dulcis in fundo il tracollo del SPD il rafforzamento della CDU e l’enorme crescita del AfD partito di estrema destra che rivendica con spaventose contraddizioni una Germania conservatrice con i sacri valori del passato, contro l’immigrazione, guidato da una leader lesbica sposata con una donna dello Sri Lanka, due figli, che vive in Svizzera. Ulteriore problema è la crescita della sinistra estrema, rendendo chiusa di fatto la Grosse Koalition, nonostante lo sforzi dei giornalisti nostrani di continuare a chiamarla così, incapaci di accettare il fatto compiuto.
A parte la condizione di Polonia e Ungheria, o quella che si è paventata in Romania, anche se meno violenta, la situazione in altri Paesi europei, certamente non è rosea per nessuno e le conseguenze si sono viste anche in sede di governo europeo dove le elezioni, la rieletta Presidente a dovuto fare i conti con l’impossibilità di varare il nuovo esecutivo se non accettando il diktat italiano su Fitto.
Il vero dramma è che se la sinistra ha dimostrato la propria insipienza nel voler mantenere il potere senza andare incontro ai bisogni della gente mentre la destra è stata incapace, salvo rare eccezioni, di coltivare una classe dirigente pronta a subentrare.
Anche se apparentemente si vedono singolari elementi di successo lo si deve esclusivamente all’assenza di competitori.
È giunto il momento di ripensare al modo di governare l’Europa, di semplificare le regole da applicare su problemi seri e non sulle stringhe delle scarpe, o sui diritti di minoranze espressioni di piccoli gruppi di potere, di rivedere gli organismi internazionali, a cominciare dall’ONU e a scendere di tutti quelli che nel pantano delle norme, sono nelle mani di esponenti di ideologie inaccettabili.
Quanto sia distante l’idea Mazziniana dell’Europa da quella che abbiamo sotto gli occhi così come lo è anche quella che sognavano i tre villeggianti di Ventotene, Spinelli, Colorno e Rossi, così come i padri fondatori i vari De Gasperi, Jean Monnet, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Joseph Beck e Paul Henri Spaak.
Purtroppo oggi alla guida dei partiti che espressero quegli statisti vi è una classe dirigente che nella migliore delle ipotesi è fatta di scialbe figure se non di lestofanti, che ci fanno rimpiangere, in Italia, gli Ugo i La Malfa o i Craxi, gli Spadolini o i Tognoli, i Visentini o i Vanoni.
Si possono raccogliere milioni di voti, ma quei consensi non possono trasformare modeste figure di quart’ordine in leader, avvocatucoli di provincia in statisti, commesse in fini pensatori, annoiate ereditiere in leader capo popolo.
Le mollezze dell’aristocrazia romana permisero ai barbari di distruggere l’impero.
I nuovi barbari sono alle porte dell’occidente, e noi siamo pronti con costosi profumi foulard, colori intonati, e diritti per tutti i delinquenti, ignorando che la difesa dello Stato passa dalla qualità della vita dei cittadini.
*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno
