Il Racconto della Domenica : “Di te, che non sei mai stato”

di Nicola Olivieri-

“Tu hai un solo, irrisolvibile problema: non hai un figlio.”
Me lo disse una volta, con tono grave, un amico che non mi conosceva abbastanza ma che aveva centrato il problema. Una frase che si trasformò in una spina nel fianco.

Aveva ragione. Non c’è giorno in cui non senta quel vuoto, un’assenza che non ha nome, che non ha volto, ma che si fa sentire come un’eco. Mi sono detto più volte che la vita è un insieme di possibilità e che non tutte si possono cogliere. Ma questa mancanza, questa distanza tra me e ciò che avrebbe potuto essere, è una ferita sottile e persistente, che pulsa piano, quasi impercettibile, ma mai scompare del tutto.

A pensarci, è vero: ho sempre sentito il bisogno della paternità. Un bisogno che non è solo biologico, ma un desiderio di donarmi, di lasciare qualcosa di mio a qualcuno che venisse dopo di me. Quel pensiero mi ha accompagnato fin da giovane, come un sogno che cresce lentamente, ma che non si realizza mai.

Sono diventato uomo quando altri diventavano padri.
E io invece scoprivo me stesso. Ho scelto una strada diversa, una strada che mi ha portato a esplorare il mondo, a cercare una mia dimensione in luoghi lontani, a costruire una professione che potesse essere la mia impronta nel tessuto sociale. Fare il giornalista, comunicare, raccontare: tutto questo era per me un modo per sentirmi parte di qualcosa di più grande, per lasciare un segno, anche se non sotto forma di figli. Ho pensato che, in qualche modo, questo bastasse a compensare ciò che non potevo o non volevo avere.

Eppure, la tua mancanza, figlio mio, non si è mai dissolta del tutto. Mi ha seguito, come un’ombra silenziosa, in ogni paese che ho visitato, in ogni storia che ho raccontato, in ogni città dove ho vissuto per qualche mese o qualche anno. Mentre inseguivo i miei sogni, c’era sempre una parte di me che si chiedeva: e se invece fossi rimasto? Se avessi messo radici? Se avessi scelto la famiglia invece del mondo?

Sai, figlio mio, la tua assenza non è mai stata vuota. È piena di immagini che ho creato nella mia mente, nei momenti di silenzio, nelle ore della notte in cui il sonno tarda a venire. Ti immagino con occhi grandi e luminosi, pieni di domande, come se ogni cosa fosse per te nuova, come se ogni cosa fosse da scoprire. Ti immagino con le mani piccole, che afferrano le mie dita come fossero l’unico punto fermo in un mondo incerto.

Ti vedo nei miei sogni, quando cammino lungo un viale di alberi in fiore e sento la tua risata leggera come il vento tra le foglie. Ti vedo seduto accanto a me, in una sera d’estate, mentre ti racconto storie inventate solo per te, e tu mi ascolti con una serietà quasi comica, come se ogni parola fosse un segreto prezioso. Ti vedo crescere, cambiare, allontanarti. E ogni volta che mi sveglio, il tuo volto scompare, lasciandomi con una nostalgia che non ha radici, perché non sei mai stato.

Ci sono momenti, figlio mio, in cui mi chiedo: sarei stato un buon padre?
Non lo so. Forse no. Forse ti avrei soffocato con le mie ansie, con il mio bisogno di proteggerti da ogni cosa. O forse sì. Forse avrei trovato il modo di insegnarti ad amare la vita, nonostante le sue imperfezioni. Avrei voluto insegnarti a non avere paura di essere diverso, di essere te stesso, qualunque cosa questo significhi.

Ho vissuto la mia diversità, figlio mio, in tanti modi. Non solo nella mia identità personale, ma anche nelle scelte che ho fatto. Nelle strade che ho imboccato quando gli altri sceglievano di costruire famiglie, quando altri trovavano conforto nella stabilità e nella consuetudine. La mia diversità è stata anche la mia forza: mi ha spinto a mettermi alla prova, a vivere tra persone, a raccontare storie che forse altrimenti non sarebbero mai state ascoltate. Ma ogni scelta ha un prezzo, e il mio è stato quello di lasciare indietro il sogno di averti.

Ci sono molte forme di paternità, e forse la mia è questa: scriverti.
Ogni parola che metto su questa pagina è un dono per te, un modo per dirti che, anche se non sei mai nato, esisti. Esisti nei miei pensieri, nei miei sogni, nella mia capacità di immaginare un mondo diverso, in cui avrei potuto essere tuo padre. E questo, in fondo, mi basta.

Ecco la sorpresa, figlio mio: nonostante tutto, non mi sento incompleto. Perché tu, in qualche modo, ci sei sempre stato. Non nella carne, ma nello spirito. Non nel tempo, ma nell’eternità delle cose non dette, non vissute, ma profondamente sentite.

E allora ti dico grazie. Grazie per essere stato il mio sogno, il mio rimpianto, la mia speranza. Grazie per avermi insegnato che l’amore non ha bisogno di essere realizzato per essere reale. Grazie per avermi mostrato che, anche nell’assenza, si può trovare pienezza.

Con amore,
Tuo padre.

Nicola Olivieri

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