Il Racconto della Domenica: Il Jazz nelle dita

di Nicola Olivieri-

Piero aveva ventiquattro anni quando salì sull’aereo per New York, con in spalla la sua fedele chitarra e in tasca il sogno di diventare un grande chitarrista jazz. Gemma lo salutò con un sorriso tirato, nascondendo a fatica la malinconia. Erano fidanzati da cinque anni, e sebbene lui l’avesse rassicurata mille volte, lei temeva che la distanza avrebbe spezzato il loro legame.

E in effetti fu così.

A New York, Piero trovò il suo posto tra le note e i locali fumosi. Una sera, al termine di un’esibizione in un piccolo club, incontrò Naomi, una cantante dalla voce calda e potente. Era bella, magnetica, e con una passione per la musica che lo travolse. Man mano che i loro incontri si facevano più frequenti, i pensieri di Piero tornarono sempre meno a Gemma. La colpa lo divorava, ma la forza di quella nuova attrazione lo trascinava.

Alla fine, decise di essere onesto. Le scrisse una lunga lettera d’addio, confessando la sua confusione e il suo bisogno di seguirla. Non ricevette mai una risposta.

Passarono gli anni. Piero si affermò sulla scena jazz, suonando con leggende come John Coltrane. Il suo stile era unico, un intreccio di aggressività e spiritualità che lo rese famoso. Tuttavia, dietro il successo, albergava una costante inquietudine, una sensazione di incompletezza che non sapeva spiegare.

La sera del concerto al famoso Birdland, la pioggia martellava le strade di New York. Il pubblico era in delirio, ma quando Piero lasciò il locale, una serie di tragiche coincidenze cambiarono il corso della sua vita. L’incidente in taxi gli causò gravi lesioni alle mani, e per mesi lottò con la riabilitazione. Quando divenne chiaro che le sue dita non avrebbero mai più danzato sulle corde come prima, cadde nello sconforto.

Senza nulla da perdere, tornò in Italia dopo trent’anni di assenza. Il tempo aveva smussato le sue ambizioni, ma non aveva cancellato i ricordi. Un giorno, il suo medico gli consigliò un fisioterapista specializzato, Francesco, che aveva aiutato molti pazienti in situazioni critiche.

Quando Francesco entrò nella stanza, Piero si sentì pervaso da una strana sensazione. Il ragazzo aveva un viso familiare, con lineamenti che gli ricordavano qualcuno. Durante le sedute, tra esercizi e conversazioni, Piero apprese che Francesco era cresciuto con sua madre, una donna forte e coraggiosa che aveva sempre messo gli altri al primo posto.

Un giorno, dopo un esercizio particolarmente impegnativo, Francesco sorrise e disse:
“Sa, mia madre le avrebbe voluto tanto parlare. Non è mai riuscita a farlo. Lei si chiama Gemma.”

Piero si irrigidì. Il cuore gli martellava nel petto. Francesco, ignaro del tumulto interiore del suo paziente, aggiunse:
“Mi ha raccontato di un uomo di cui era innamorata, tanti anni fa. Lui partì, ma prima di andarsene non sapeva che… beh, che io stavo arrivando.”

Piero rimase senza parole. Guardò Francesco, cercando di trovare tracce di sé in quegli occhi. Poi, con voce rotta, chiese:
“E tuo padre? Lo hai mai conosciuto?”

Francesco scosse la testa. “No, ma non importa. Mia madre è stata abbastanza per me. E ora voglio fare per lei ciò che lei ha fatto per me: darle una vita più serena.”

Quelle parole trafissero Piero come un lampo. Decise di cercare Gemma. Quando la vide, la donna che un tempo aveva amato era cambiata, ma i suoi occhi avevano ancora la stessa luce. Lei lo accolse con un sorriso malinconico e una sola domanda:
“Ti sei accorto di cosa ci siamo perso?”

Piero prese le sue mani. “Lo so, Gemma. Ma sono qui per provare a recuperare il tempo che ci resta.”

E per la prima volta in tutti quegli anni anni, sentì chiaramente che la sensazione di incompletezza era svanita.

 

 

 

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Nicola Olivieri

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